martedì 13 settembre 2016

Danze russe



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lunedì 5 settembre 2016

Madrigali a 5 voci di D.Carlo Gesualdo



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”Principe dei musici”

Il principe Carlo Gesualdo nacque l’ 8 marzo 1566  da Fabrizio II e Geronima Borromeo sorella di San Carlo.
Seguì a Napoli severi studi ai quali fu avviato dal padre, discreto letterato e noto mecenate, molto legato ai Gesuiti. All’età di 19 anni Gesualdo pubblicò il primo mottetto,dimostrando fin da giovane una passione enorme per la musica tale da farlo divenire, uno dei più illustri madrigalisti di ogni tempo apprezzato in tutto il mondo.

Nel 1586 sposò la cugina Maria d’Avalos, nata nel 1560 da Carlo, conte di Montesarchio, e da Sveva Gesualdo. Il matrimonio avvenne il 28 febbraio del 1586 con dispensa del Papa Sisto V, nella chiesa di S. Domenico Maggiore a Napoli che era situata vicino al palazzo dove abitava la famiglia Gesualdo. Carlo aveva 20 anni e Maria 26. Dal matrimonio nacque Emanuele.

Durante una festa da ballo Maria conobbe il duca d’Andria e conte di Ruvo Fabrizio Carafa di cui si innamorò, benché questi fosse sposato con Maria Carafa e padre di quattro figli.

I due superavano ogni ostacolo pur di incontrarsi e non seppero uscire dal ruolo di amanti predestinati. Nello stesso tempo non si riconoscevano colpevoli, perché per loro era vero amore, un amore talmente grande da poter affrontare anche la morte, come poi fecero, dimostrando con tale gesto che da un lato si trattava di vero amore e dall’altro di scegliere la voglia di purificarsi immolandosi per amore: non suicidandosi, ma facendosi ammazzare per amore. In questo modo l’alto senso dell’onore col martirio ne esce invitto e incontaminato, compreso quello del Gesualdo. Quindi gli amanti continuano ad incontrarsi, perfino in casa Gesualdo, nell’attesa di una vendetta che ormai entrambi sanno covata e meditata dal principe.
Infatti, il 16 ottobre 1590 il principe avverte Maria che, insieme ad alcuni suoi servi, andrà a caccia nel bosco degli Astroni e resterà lontano due giorni. Era solo l’ultima parte di un piano già preparato in ogni minimo dettaglio.
Nella notte fra martedì 16 e mercoledì 17 ottobre 1590 i due amanti vennero colti in flagrante adulterio nella camera da letto di Maria e barbaramente trucidati.

Alla violenza omicida Carlo fu, probabilmente suo malgrado, indotto; e, più che dal risentimento personale, da interessate delazioni che gli imposero l’obbligo di vendicare, col sangue, l’offesa fatta al suo nome. Le circostanze lo giustificavano dal punto di vista della legge e del costume del tempo; tanto che il viceré Miranda, dal quale Carlo si recò immediatamente a dare notizia personalmente dell’accaduto, lo esortò ad allontanarsi da Napoli non per sfuggire alla legge, ma per non esasperare il risentimento delle famiglie degli uccisi. Carlo fuggì da Napoli e si rifugiò nell’inaccessibile ed inespugnabile castello-fortezza di Gesualdo.
Il processo venne archiviato il giorno dopo la sua apertura “per ordine del Viceré stante la notorietà della causa giusta dalla quale fu mosso don Carlo Gesualdo Principe di Venosa ad ammazzare sua moglie e il duca d’Andria”.
Carlo rimase a Gesualdo finché non si fu accertato che il risentimento delle famiglie dei d’Avalos e dei Carafa si fosse sedato. Tutto ciò non gli restituì la serenità che oramai avrà perso per sempre, perché non c’è nessun testimone così terribile, nessun accusatore così implacabile come la coscienza che abita nel cuore di ogni uomo.Dopo tre anni e quattro mesi dal duplice assassinio si reca, accompagnato da suo cognato Ferdinando Sanseverino conte di Saponara, dal conte Cesare Caracciolo e dal musico Scipione Stella, a Ferrara per unirsi di nuovo in matrimonio con Eleonora d’Este.
A Ferrara Carlo non riuscì a legare con l’Accademia musicale più aristocratica ed esclusiva del tempo che non gli permise di recitare il ruolo di “primo attore”. Pertanto decise di ritornare a Napoli lasciando a Ferrara la moglie e il piccolo Alfonsino che da lei aveva avuto. Ma temendo ancora la vendetta delle potenti famiglie d’Avalos e Carafa, si ritirò definitivamente, nel mese di giugno del 1596, nel castello di Gesualdo, fatto ristrutturare tempo addietro. Il castello aveva perso il rude aspetto di fortezza e divenne una bellissima dimora capace di accogliere una fastosa corte canora nel vago e vano tentativo di emulare quella di Ferrara.
Nell’ambiente gesualdino fatto di pace, serenità, di aria pulita e profumata, di panorami vastissimi e di boschi per la caccia, il principe poté dedicare molto del suo tempo alla musica, per cui oltre ai 4 libri di Madrigali già pubblicati, compose altri 2 libri che fece stampare nel 1611 a Gesualdo nella tipografia che il tipografo Gian Giacomo Carlino installò nel castello. Compose inoltre altri Mottetti, un libro di Responsori, un Benedictus, un Miserere, un libro di Sacrae Cantiones a cinque voci e uno a sei voci composte “con artifizio singolare e per sommo diletto degli animi induriti”.Sulla musica di questo grande musicista, si è commesso, e molti continuano a commettere, l’errore di interpretare la musica di Gesualdo in termini autobiografici, limitati ad alcuni episodi, ed in particolare al tradimento ed all’assassinio della prima moglie. Egli fu certamente uno spirito introverso, tormentato e maliconico; la vita non gli diede molte gioie e lo colpì con sofferenze fisiche e psichiche, con delusioni, con perdite dolorose. Ma non bisogna dimenticare che Carlo era secondogenito (v. albero genealogico nel libro di Michele Zarrella “Carlo Gesualdo il suo albero genealogico e la sua città” edito dalla Pro loco Civitatis Iesualdinæ – 1995) e che aveva avuto una rigida educazione religiosa e musicale. Inoltre era nipote di due cardinali, di cui uno poi santo, e il padre, discreto letterato e amante della musica, era molto legato ai Gesuiti ed era mecenate dei musici napoletani più famosi di quel tempo. Pertanto a parte ogni movente di pia espiazione occorre vedere nella musica di Gesualdo l’artista ardito ed innovatore. Le sue combinazioni armoniche trovano riscontro solo nella musica moderna. Il suo genio musicale, i suoi estremi rivolgimenti cromatici, le sue stupefacenti invenzioni artistiche consentono alla sua musica eccelsa di dire quello che non possono dire le parole, tanto da meritare il titolo di Principe dei musici.



domenica 31 luglio 2016

Airs Bohemiens

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sabato 23 luglio 2016

Dvorak sinfonia nr 5


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Dvořák compose la sua Quinta sinfonia a cavallo tra i mesi di Giugno e Luglio del 1875. Il numero dell'Opus pare non sia corretto, in quanto questo lavoro fu inizialmente autografato con il numero 24, ma l'editore Simrock (non curante delle proteste del compositore) diede a questa opera il numero 76. È considerata una sinfonia in stile pastorale, simile alla Sesta Sinfonia dello stesso Dvořák, che verrà composta circa 5 anni più tardi. La Sinfonia venne eseguita solo 4 anni dopo la sua composizione, il 25 marzo del 1879 a Praga, condotta da Adolf Čech. Fu pubblicata da Fritz Simrock nel 1888 (anche come arrangiamento per pianoforte a 4 mani). La Sinfonia fu rivisitata nell'autunno del 1887.
Questo lavoro è dedicato ad Hans von Bülow, in riconoscenza della particolare predisposizione del conduttore ad eseguire le opere orchestrali di Dvořák.

domenica 17 luglio 2016

Musiche inedite di autori piemontesi del XVII XVIII secolo



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lunedì 11 luglio 2016

Vivaldi: Le quattro stagioni







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Le quattro stagioni è il titolo con cui sono noti i primi quattro concerti grossi per violino di Antonio Vivaldi: Il cimento dell'armonia e dell'inventione.
Uscirono dalle officine tipografiche dell'editore Michel-Charles Le Cène ad Amsterdam nel 1725, ma è lo stesso Vivaldi ad affermare, nella dedica al conte Morzin, che erano stati composti precedentemente: i diversi manoscritti ritrovati presentano alcune differenze che confermano quanto dichiarato dall'autore.
"Il cimento", come la precedente raccolta di concerti L'estro armonico opera 3, si compone di 12 concerti. La differenza fra le due raccolte riflette l'evoluzione del gusto dei primi decenni del XVIII secolo: i concerti del "cimento", sono tutti di tipo solistico, invece nell'estro insieme a 4 concerti per violino solista vi sono 8 concerti grossi.
Ciascun concerto de "Le quattro stagioni" si divide in tre movimenti, dei quali due, il primo e il terzo, sono in tempo di Allegro o Presto, mentre quello intermedio è caratterizzato da un tempo di Adagio o Largo, secondo uno schema che Vivaldi ha adottato per la maggior parte dei suoi concerti. Ogni concerto si riferisce ad una delle quattro stagioni: la "Primavera", l'"Estate", l'"Autunno" e l'"Inverno".
L'organico di tutte le partiture consta di: violino solista, quartetto d'archi (violino primo e secondo, viola, violoncello) e basso continuo (clavicembalo o organo).
Si tratta di un tipico esempio di musica a programma, cioè di composizioni a carattere prettamente descrittivo. Ad esempio, l'"Inverno" è dipinto spesso a tinte scure e tetre, al contrario l'"Estate" evoca l'oppressione del caldo, oppure una tempesta nel suo ultimo movimento. I quattro concerti grossi de Le quattro stagioni sono accompagnati da altrettanti sonetti descrittivi, scritti forse da un poeta anonimo o forse da Vivaldi stesso.

martedì 5 luglio 2016

Splendori del barocco veneto







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